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Io me ne vado

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L’Italia, questa piccola lingua di terra che scalcia in mezzo al mare, è il mio Paese.
Il mio Paese è la mia lingua e la mia terra, e mentirei se dicessi che non lo amo profondamente.

Nel corso degli anni, tuttavia, questa mia terra a forma di stivale ha assunto per me le sembianze paradossali di una calzatura che sa solo calpestare e prendere a calci se stessa e i suoi abitanti.

Per questo a 36 anni, 34 dei quali trascorsi nel mio Paese offeso e calpestato, ho deciso di mettere tutto in discussione e trasferirmi in Gran Bretagna. Perché anche io, in passato, sono stato calpestato e preso a calci da quella mentalità clientelare e mafiosa che come un acido percorre il sistema linfatico del nostro Paese, corrodendone la struttura dall'interno.

Fra poche ore sarò a Londra, per vivere e lavorare in un ambiente che, per quanto imperfetto, immagino e spero più sano di quello che sto per lasciarmi alle spalle.

Qualche tempo fa, passeggiando per il centro storico di Roma, a un amico che ne osservava la bellezza ho risposto che per me questa città non rappresenta ormai altro che un museo abbandonato a cielo aperto: un cumulo di rovine mozzafiato che a stento riescono a narrare il remoto splendore di cui sono state testimoni.
A questo è ridotta la mia città natale, vago simbolo di fasti passati e future possibilità, dono inutile e privo di significato perché ciechi sono gli occhi, sorde le orecchie, obnubilate le menti che dovrebbero riceverlo.

Questo cumulo di rovine malandate è la fragile eredità che mettiamo orgogliosamente in mostra ogni giorno dinanzi al mondo. Continuiamo a vivere paghi di questa eroica narrazione mitologica, persuasi che il valore della Storia si trasmetta a noi per semplice infusione… Ma quella pesante eredità di tufo e mattoni diventa una paralizzante zavorra nel momento in cui siamo incapaci di rinnovarne il valore, di ricavarne valori nuovi.

Leggendo le parole di altri emigranti italiani, riportate alcuni giorni fa in un articolo del New York Times, mi sono reso conto che esse descrivono alla perfezione, in modo persino banale, il mio stato d'animo nel momento in cui mi appresto a partire.
Credo e temo che il mio sentimento sia fin troppo comune e condiviso, di questi tempi.

A tutti coloro che restano e si rimboccano ogni giorno le maniche per rendere questo Paese migliore, desidero però rinnovare il mio sincero plauso. Vi auguro la migliore delle fortune in quella che, per quanto mi riguarda, sembra piuttosto una battaglia contro i mulini a vento.

A tutti gli amici: vi mando il più caro degli abbracci.
Mi mancherete.
E ritornerò.

Ma oggi me ne vado.

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